NATURISTI AL POLO NORD

Terrorizzato dalla minaccia di un intervento di Capitan Ventosa, mi sono aggregato all’ultimo momento al gruppo dei gitanti con meta ai laghi Moo e Bino.
La giornata comincia sotto buoni auspici: parto da casa mia col cielo sereno e un leggero venticello, che, spero, si sarà calmato per il luogo e l’orario dell’arrivo.
Nel frattempo, mi han detto, il Surnia non vedeva l’ora di partire, e infatti non ha visto bene l’ora ed è partito con 60 minuti d’anticipo.
Arrivato, come previsto, il venticello cessa; al suo posto compare un vento decisamente sostenuto che, in compenso, fa ‘pendant’ (ho scritto giusto? Devo decidermi ad imparare il francese) con un cielo che si sta rapidamente annuvolando.
Ogni tanto però il sole (caldo) spunta tra le nubi e ci lascia la speranza che la giornata possa ancora volgere al bello.
Piccola attesa nei pressi del Bar Barbara per consentire l’arrivo dei ritardatari e breve trasferimento ad una frazione di Ferriere, poi si lasciano le macchine e si mettono gli scarponi.
Durante queste operazioni mi vengono in mente alcuni versi della Divina Commedia “lasciate ogni speranza o voi ch’entrate”.
Infatti, per solidarietà con quelle categorie di lavoratori che non possono scioperare, il sole cessa le manifestazioni (di se stesso).
E non si sarebbe fatto più vedere fino a sera.
Per distrarmi osservo intanto il volo di alcuni di quei pidocchietti bianchi che si possono trovare sotto i platani alla fine dell’estate e penso che il clima è proprio stravolto e le stagioni non esistono più.
Poi uno dei pidocchietti si posa sul cofano di una macchina e si trasforma all’istante in una goccia d’acqua; non potendosi trattare del pidocchietto del mago Casanova, comprendo che deve per forza essere un fiocco di neve che (in buona compagnia) scende dal cielo per allietarci la giornata.
Rincuorati dal fatto che la fine del mondo forse non è poi così vicina (la neve agli inizi di Marzo e a quella quota sarebbe in fondo normale, però, cazzarola, proprio quando decidiamo di andare a camminare e le previsioni danno bel tempo su tutto il nord Italia?), partiamo, e di buona lena (più nel patetico tentativo di riscaldarci, che per ardimento) cominciamo a salire di quota.
Le racchette le ho, mancano solo gli sci: più saliamo, più il vento rinforza e la temperatura scende, riponiamo quindi ben piegate nei cassetti delle nostre menti le velleità di un precoce naturismo.
Più avanti il Surnia, guida insuperabile, ci fa notare un airone nel cielo e ne seguiamo con lo sguardo il volo, chiedendoci nel frattempo quando avremmo potuto cominciare ad avvistare foche, pinguini ed orsi polari.
Arriviamo quindi alla torbiera del lago Moo; qualcuno ci ha preceduti ed ha acceso un fuocherello e ci rendiamo conto che poco prima abbiamo mancato una delle più grosse occasioni della giornata: era stato infatti eseguito il taglio della legna in un bosco e con un poco di lungimiranza avremmo potuto approfittarne e procurarci un’adeguata scorta di combustibile.
Il posto è incantevole, proprio bello, anche se qui la primavera, precoce in altre zone, non è ancora arrivata, ma si intuisce (e il Surnia ce lo conferma) che con la giusta dose di verde deve essere proprio fantastico.
È circa l’una e nonostante le pance siano vuote, non soddisfatti del pur splendido panorama, decidiamo di proseguire per il lago Bino.
Sul sentiero (se non mi sbaglio, non ricordo bene perché mi si era gelata anche la memoria) completo la distribuzione di capi di vestiario a chi si è ingenuamente improvvisato montanaro (se va avanti così, la prossima volta apro un banchetto e porto a casa la giornata).
Arrivati alla meta, la Provvidenza decide di punirci per la nostra superbia: là il vento era decisamente forte e ci sbandiamo, alla disperata ricerca di un riparo; il panorama passa in terzo piano nella lista delle priorità (primo proteggersi dalle intemperie, secondo mangiare).
Ci accampiamo allo stato brado in una conchetta, il disinteresse nei confronti del lago è ormai palese; io mi preparo un panino di modeste proporzioni (non ammetto repliche o commenti) ed esamino cosa si sono portati da mangiare i miei compagni di avventura.
C’era chi aveva gli affettati, chi il formaggio, chi il vino; tutti avevamo portato i gelati: eravamo noi.
Completiamo il pasto in fretta e furia e decidiamo di scendere di quota, tornando al lago Moo, prima che ci sorprenda un’altra glaciazione.
Arrivati, visto che non abbiamo potuto accendere il fuoco, accendiamo gli animi con una partitella di pallone; le squadre sono di un misto che di più non si può: abili e negati, uomini e donne, giovanissimi e giovani (per giocare a pallone con un tempo del genere e dopo una simile scarpinata, non si può non essere giovani).
Ben presto, favorita da un terreno sconnesso ed irregolare, la partita di calcio si trasforma in una partita di calci.
Alla fine della partita vengono somministrati gli integratori salino-energetici (beh, più energetici che salini: torta al limone (scandalosamente piccola, se paragonata alla confezione truffaldinamente grande) e vinello liquoroso, poi una manche del gioco della bandiera.
Sulla strada del ritorno il cane Whisky sbrana i resti del pallone, vittima di spine e di pedate maldestre.
A gita conclusa, il resto della compagnia del frigorifero (una cosa tipo la compagnia dell’anello, per strada percorsa e vicissitudini, ma più simpatica) pianifica accuratamente la cena, mentre io me ne torno a casa con un po’ di freddo nelle ossa, ma con una bella giornata, passata in allegria, nella memoria.

                                                                                             (Gigi)